ogni mercoledì: spunti pratici per usare la tecnologia senza farti usare.
📵 cosa stai evitando quando scrolli?
Published 2 months ago • 6 min read
Buongiorno Reader
questa non è l’ennesima newsletter per fare di più: è per stare meglio. benvenuti/e nello spazio dove parliamo di digital detox: vita vera prima degli schermi. Per vivere (non solo sopravvivere) tra notifiche, email e chat infinite e intelligenza artificiale. Piccoli passi, grandi cambiamenti.
Ecco le tre cose di oggi.
Grazie davvero per i vostri feedback. Mi hanno aiutato tanto. Sono molto grato.
il cervello rappresenta solo il 2% del peso corporeo, ma consuma il 20% dell’energia totale giornaliera ("The Man Who Tasted Shapes", MIT Press, 2003);
A fine mese mi sposterò su Substack. Per te non cambia nulla. Io invece ho bisogno di "cose" nuove.
Tre, due, uno. Si parte.
cosa stai evitando quando scrolli?
Quando ho letto i feedback del questionario della settimana scorsa, ce ne sono stati alcuni che mi hanno fatto riflettere. Altri me li aspettavo. E un paio mi sono sembrati interessanti per crescere.
Ma poi è arrivata una mail.
Tranquilla: non dirò il tuo nome, visto che mi leggi. Dentro c’era scritto:
“Alessio, la tua newsletter mi sta curando goccia dopo goccia. Settimana dopo settimana.”
Continuava.
“Leggendoti da un po’, tu parli effettivamente al cuore del problema. La distrazione non è il problema. È il sintomo. È il cerotto che metti sulla ferita per non vederla sanguinare.”
Ecco, oggi voglio restare lì. Su quella frase.
Perché se ti sanguina un dito, anche solo il mignolo, succede una cosa molto chiara. Vedi il sangue e ti muovi. Vai al lavandino. Disinfetti. Premi. Metti un cerotto. Proteggi.
Non dici: “Vabbè, domani”. Non apri Instagram per non pensarci. Non ti metti un podcast nelle orecchie mentre il sangue scende.
Agisci perché la ferita è visibile. È davanti a te. È reale.
Con la mente, invece, facciamo l’opposto.
Quando senti un taglietto dentro: una fitta di solitudine, una paura, una rabbia che non vuoi nominare, non corri a disinfettare. Corri a coprire.
E lo fai con cose che sembrano innocue. Anzi, normali.
Abbiamo normalizzato il "coprire".
Ascoltiamo un podcast mentre camminiamo.
Scrolliamo i reel in bagno.
Mettiamo musica mentre cuciniamo.
Accendiamo Netflix mentre mangiamo.
È come se non ci fosse più spazio per respirare con la mente.
E qui arriva il paradosso: riempiamo ogni vuoto per non sentirlo, poi ci sentiamo intontiti e demotivati. E a quel punto pensiamo di avere un problema noi.
Ma l’attenzione non è un interruttore rotto. È un muscolo stanco.
Se lo alleni solo con stimoli veloci, si abitua al veloce e rifiuta il lento.
E il lento è proprio dove nascono le idee, la presenza, la voglia. Anche la serenità.
Quindi no, non ti serve un trucco per concentrarti di più.
Ti serve ricostruire un po’ di silenzio operativo nella giornata. Poco. Ma vero.
Certo, rimuovere le notifiche è importante. Certo, lavorare senza distrazioni per 25 minuti è utilissimo.
Ma il vero cambiamento succede in un altro punto. Quello che eviti.
Succede quando non hai niente da consumare. Quando resti in silenzio. Quando ti riconnetti con te stesso e ti chiedi, senza scappare:
Perché sto vivendo questo?
E lì non trovi un assistente che ti risponde. Trovi qualcosa di diverso. Un’intelligenza spirituale che ti ascolta.
Non sto parlando di religioni. Sto parlando di limite.
Perché quando ti guardi davvero, capisci una cosa semplice: ogni relazione chiede un prezzo.
Il giusto prezzo si chiama, attenzione: cura. Il prezzo nascosto si chiama distrazione: allontanare da te.
E quando ti allontani, quasi sempre c’è di mezzo la paura.
Paura del conflitto. Paura di deludere. Paura di perdere un lavoro, un ruolo, un affetto.
E allora diventi "dipendente".
Non da una persona soltanto. Dipendente dalla mail che arriva e ti fa tirare un respiro. Dipendente dal calendario pieno che ti fa sentire necessario. Dipendente dal feed che ti distrae quando non vuoi sentire. Dipendente dalla conferma, dalla fuga, dal rumore.
In questi giorni mi è tornato in mente un libro, "Risolvere le cinque ferite" di Maria Rosa Fimmanò. Parla anche di una ferita che oggi il digitale amplifica senza tregua: la ferita da abbandono.
Quando sei in compagnia stai meglio. Quando resti solo ti si abbassa tutto. E allora tieni un filo sempre acceso: chat aperte, vocali, messaggi, presenza continua.
Ma il punto non è l’informazione. È l’appoggio.
Presenza. Conferma.
Qualcuno che ti faccia sentire che non sei solo. Non stai delegando un compito. Stai delegando un bisogno: sentirti che l'altro o l'altra di vede, ti riconosce.
Qui entra un punto delicato, ma necessario.
Quando non reggi il disagio di un confronto, cerchi un sostituto. Un tampone. Un anestetico.
Prima era lo smartphone: ti spostava altrove, ti calmava in fretta, ti dava una scossa e poi ti lasciava più vuoto.
Ora sta arrivando qualcosa di più sofisticato. Un assistente artificiale (chat) che ti suggerisce le parole giuste, il tono giusto, la versione più digeribile di te.
E sembra una buona notizia.
In realtà è un rischio. Se deleghi sempre la parte più scomoda di te, perdi proprio il punto in cui cresci.
La distrazione, alla fine, fa sempre lo stesso lavoro. Ti toglie dal luogo in cui dovresti restare.
E te lo dico io per primo.
Il mio cerotto preferito era quello di restare utile. Produrre. Risolvere. Sistemare. Tenere tutto in movimento. È un modo elegante per non guardarmi.
Ora tocca a te, se ti va.
Qual è il tuo cerotto preferito?
Se vuoi, rispondimi con una riga. Una sola.
🎙️ l'intervista della settimana
Oggi ti presento una persona a cui tengo. Alli Beltrame ( una voce dell’educazione: lavora con genitori, insegnanti e aziende) sono davvero grato: è stata tra le prime, nel mondo dell’educazione, ad accorgersi del mio lavoro. Mi ha invitato nel suo podcast per parlare di benessere digitale e della relazione con i nostri figli. In questi giorni Alli è ripartita con nuove puntate. E mi fa piacere presentarla anche a te.
Per questo le ho fatto 2 domande, semplici e molto concrete.
1) “Educazione Responsabile”: in una frase, che cosa significa davvero? E qual è l’equivoco più comune che vedi nei genitori quando provano a “farsi rispettare”?
ALLI: Educazione Responsabile significa assumersi la responsabilità della qualità dei propri pensieri, parole e azioni.
Come genitori significa mettere la relazione prima di tutto: prima dei compiti, delle parolacce, dei capricci o delle ribellioni adolescenziali, in ogni comportamento c’è un messaggio e non un attacco.
L’equivoco più comune è confondere il rispetto con l’obbedienza.
Molti genitori cercano di “farsi rispettare” irrigidendosi, alzando il tono o moltiplicando regole e conseguenze, senza accorgersi che così ottengono magari un adeguamento momentaneo, ma perdono connessione. Il rispetto nasce dalla sicurezza della relazione.
2) Oggi la relazione in famiglia passa anche dagli schermi. Secondo te quali sono 2 confini digitali semplici che funzionano davvero a casa, senza trasformare tutto in una guerra? E come li presenti a bambini e ragazzi?
ALLI: I confini devono partire da noi, quanto siamo disposti a limitare l’uso dei dispositivi mentre siamo con i nostri figli?
Quanto siamo disposti a guardare, con loro, video e reel preferiti? Ad ascoltare la loro musica, anche se ci fa stridere le orecchie? In questa connessione e condivisione possiamo anche chiedere di limitare il tempo degli schermi, soprattutto perché quel tempo, magari, possono trascorrerlo con noi 🙂
Non tutti i figli adolescenti, va detto, sono disponibili con i genitori, soprattutto se la relazione non è stata molto approfondita durante l’infanzia, ma non è mai troppo tardi.
Smettere di criticare i figli sull’uso dei dispositivi e cominciare a interessarsi genuinamente alla loro vita digitale, potrebbe riaprire quel dialogo che si è perso. Poi, nel dialogo, di solito, accadono cose belle 🙂
la “borsa analogica” (ancora più utile se hai bambini)
Nella nostra costante lotta per usare meno i nostri telefoni, TikTok ci ha fornito una soluzione sorprendentemente valida:
La "borsa analogica".
Il concetto è semplice: prepara una piccola borsa con attività senza schermo, da usare al posto del telefono quando sei fuori o con gli amici.
Ecco alcune idee:
Libri e cruciverba
Maglia o ricamo
Un album da disegno
Colori ad acquerello
Macchina fotografica usa e getta o Polaroid
Libro
Mazzo di carte
Set di scacchi o dama portatile
La mia sfida per te: Questa settimana metti insieme la tua "borsa analogica", o almeno pensa a cosa includeresti se ne realizzassi una.
👨💻 i link della settimana
Sul The Guardian: la tecnologia non ti ruba solo tempo, ti ruba corpo, comunità e creatività, cioè la parte viva di te.
"Non serve “spegnere tutto”. Serve proteggere due basi che lo schermo scombinare facilmente: sonno e movimento.Qui lo studio
Nel nuovo libro di Carlo Verdelli il bersaglio non sono “i ragazzi e lo smartphone” ma noi adulti: quanto siamo già prigionieri. Qui, sul Corriere della Sera.
Mariella Borghi (esperta di AI) su LinkedIn la mette così: guardiamo ossessivamente la potenza dell’AI e ci dimentichiamo del nostro “sistema operativo”, il cervello, già saturo e stanco.
Questo post su Instagram parte da un fatto duro in Australia: milioni di account bloccati e una domanda sotto: se devi vietare, è perché non stai più educando, stai solo tamponando un’emorragia.
✏️ la frase della settimana
“Rimanere soli equivale a un ritiro spirituale con il peggior nemico che ci sia dato di incontrare: noi stessi.”
Aldo Carotenuto
❤️ cosa possiamo "fare" insieme?
Ho formato più di 15.000 persone a ridurre lo stress digitale, ritrovare focus e migliorare le relazioni.
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